7 modi per non farsi licenziare in azienda e fare carriera


Sei entrato in azienda, lavori bene, speri di fare carriera. Ma la tua speranza a volte è destinata a rimanere tale. Perché il percorso professionale è spesso un campo minato, e la strada della carriera è una corsa a ostacoli. Basta poco per inciampare. E va a farsi benedire non soltanto la promozione, ma talvolta addirittura il posto di lavoro.

Essere un bravo professionista e un onesto lavoratore non basta. Secondo uno studio effettuato negli Stati Uniti gli elementi che determinano la carriera sono per il 20% di natura professionale e per l’80% di tipo relazionale. Vale a dire che non serve essere preparatissimo, serissimo, integerrimo se non vai d’accordo con il tuo capo. Meglio, molto meglio, ai fini dell’avanzamento di posizione, essere meno ferrato sulla materia ma più nelle grazie del boss. E’ ingiusto. E anche un po’ deprimente. Ma così va il mondo.

1) Conosci il tuo capo – Sai cosa gli sta veramente a cuore? Quali sono i suoi interessi, i suoi hobbies, le sue passioni? Ti sei informato sulla sua famiglia? Più conosci il tuo capo, più hai in mano informazioni utili per avvicinarti a lui.

Vuole che chi lavora per lui si vesta in giacca e cravatta? Fallo. Gli piace ricevere relazioni di non più di una paginetta? Attieniti alle sue esigenze. Si innamora di chi snocciola la sua cultura? Sfoderala! Approfondisci anche gli aspetti della sua vita personale. Ha una moglie e due figli? Ricordati i loro nomi. E ogni tanto chiedigli come stanno. Il grande si è laureato? Fagli le congratulazioni. Suo padre è in ospedale? Domandagli se sta migliorando. Fatti vedere interessato. Ti percepirà non soltanto come un dipendente, bensì come un amico. E chi credi che avvantaggerà al momento delle promozioni, un anonimo subordinato o un collaboratore che sente vicino?

Il tuo capo è appassionato di golf, vela, alpinismo, equitazione, corsa? Se anche tu condividi il suo passatempo preferito sei a cavallo: avete un argomento comune di cui parlare. Uno, per giunta, che non c’entra con il lavoro, ma che lo mette in uno stato d’animo sereno, disteso.

Informati anche se tiene a una squadra di calcio. C’è chi, per piaggeria, finge di tenere alla stessa formazione. Non serve arrivare a tanto; basta saper scambiare due battute sul campionato.

2) Conosci il tuo prossimo capo – Anche i capi non sono inamovibili. Soprattutto se il capo non è il padrone dell’azienda. I cambiamenti al vertice sono abbastanza frequenti; non come quelli alla direzione dei telegiornali Rai, ma pur sempre piuttosto consueti. In genere in Italia un capo resta in carica sei-otto anni; fai il conto di quando ha conquistato il posto e potrai farti un’idea approssimativa della sua durata.

Chi sarà il prossimo capo? Spesso non si sa. Allora gioca d’astuzia: frequenta i potenziali nuovi numeri uno. In genere si tratta di colleghi anziani o con molta anzianità aziendale, che sono vicini al capo e che hanno acquisito una notevole esperienza. Stringere un rapporto d’amicizia con il futuro capo prima della sua nomina è meglio che avvicinarsi a lui quando è già arrivato al potere: infatti sembrerai più disinteressato. Inoltre ogni nuovo capo piazza i suoi uomini nelle posizioni chiave: cerca di essere uno di loro!

3) Conosci te stesso – Questa è probabilmente la cosa più difficile da fare. Perché è ben più arduo conoscere se stessi che conoscere gli altri. Mentre spesso riusciamo ad analizzare gli altri con sufficiente obiettività, quasi mai siamo in grado di esaminarci in modo oggettivo. Eppure è fondamentale sapere quali sono i tuoi punti di forza e di debolezza, cosa esibire e cosa nascondere. E devi anche avere le idee chiare su cosa vuoi davvero. Se i tuoi obiettivi sono confusi, velleitari o poco concreti puoi stare certo che non li raggiungerai mai.

4) Conosci il tuo mondo – La conoscenza, l’informazione, la capacità di essere aggiornati sugli ultimi sviluppi del tuo settore si traducono in potere. Chi più sa, più potere ha e più prestigio acquista. Il capo dovrebbe appunto essere la persona che ne sa più degli altri. Quella a cui i colleghi si rivolgono per avere lumi.

Tieniti sempre aggiornato: la tua carriera ne guadagnerà.

5) Ama il prossimo tuo – Beh, diciamocelo: amare il tuo prossimo sul lavoro, cioè il collega, non è sempre facile. Però è fondamentale. Non vanno coltivati soltanto i capi, ma anche quelli che sono al tuo livello. Nessun uomo è un’isola: ti potranno dare una mano quando ne avrai bisogno; e perché il capo vuole che i suoi dipendenti vadano d’accordo tra di loro. Ho visto più di un caso di licenziamento dovuto al cattivo rapporto con i colleghi. Che si sono coalizzati nel chiedere al capo l’allontanamento di quello che era diventato un elemento estraneo.

Considera inoltre che i capi chiedono consiglio ai loro collaboratori. Ed è meglio che parlino bene ti te, verò?

6) Elimina i tuoi nemici – Ahimè, può capitare di avere nemici sul lavoro. Che ti detestano per mille motivi: per invidia; per gelosia; perché sei più capace, più simpatico, più nelle grazie del capo o della collega carina di loro.

Cerca di capire perché il collega ti odia. Parlagli. Sii disponibile a tendergli la mano. Ma se nonostante la tua diplomazia lui continua a boicottarti non hai alternative: infila l’elmetto, imbraccia il fucile e scendi in guerra anche tu. Perché a quel punto non hai scelta: o lui o te. E, visto che ha iniziato lui, è meglio che sia lui a soccombere.

Non divulgare la tua ostilità nei suoi confronti. Invece gioca d’astuzia. Negagli informazioni. Non invitarlo alle riunioni. E, soprattutto, mettilo in cattiva luce con i superiori. Fingendo – questa è una chicca machiavellica – di volerlo difendere. Dicendo, cioè, qualcosa come “Non voglio parlare male di Francesco, ma purtroppo sono costretto ad ammettere che….” Lo pugnalerai sembrando magnanimo!

7) Tieni gli occhi ben aperti – Anche se non hai nemici evidenti ti conviene restare guardingo. Non abbassare mai la guardia: troppa sicurezza frega. Una piccola dose di sana diffidenza può allungarti la carriera. Sii un detective: osserva cosa succede intorno a te, cogli i piccoli indizi. Come un’espressione insofferente, una battuta acida, un mancato invito ad un incontro. Come diceva Sherlock Holmes: un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi, tre sono una prova.

Perchè le donne sono più loquaci degli uomini?


Si dice, da sempre, che le donne siano più chiacchierone degli uomini.
Maldicenze messe in giro dai maschietti? Fino a un certo punto. Perché è vero che il gentil sesso è più loquace di quello forte. So che qualche lettrice è già saltata su: Non è vero! Io parlo poco, invece mio marito una volta che attacca bottone non la finisce più. Non voglio certo smentirla, signora: stiamo parlando di medie statistiche. E, mediamente, le donne hanno più propensione a dare fiato alle corde vocali.

C’è un motivo: la donna ama sfogarsi più dell’uomo. Ha più bisogno di aprirsi, di parlare, di lasciarsi andare quando ha un problema. Spesso le basta parlare con qualcuno che la ascolta attentamente per sentirsi meglio.
Il problema non è stato affatto risolto: ma confidarsi basta per sentirsi meglio, con un peso sullo stomaco un po’ più leggero.

Per molti uomini è l’opposto. Di fronte a un problema si chiudono in se stessi. Diventano introversi, burberi, scontrosi: a quante è capitato di chiedere al compagno “Cos’hai?” e sentirsi rispondere, a volte
scortesemente, “Niente, niente, lasciami stare”? Quando c’è un problema l’ uomo parla per risolverlo, e finchè non ha trovato la soluzione rimugina in silenzio. Non vuole essere distratto, non ha voglia di parlare con altri. E’ solution oriented, orientato alla soluzione, come dicono gli anglosassoni.
La donna, invece, è process oriented, orientata al processo. Parlare può essere un processo che serve ad avvicinarsi alla soluzione. E se la soluzione è lontana, e le parole da pronunciare sono molte, niente di male. Anzi.

La più spiccata parlantina femminile è anche dovuta a fattori culturali. Gli uomini andavano a caccia e in guerra, parlare poteva essere una perdita di tempo e anche rischioso: bastava uno sguardo, un segnale per intendersi. Le donne, dal canto loro, restavano a casa con la prole. E avevano tutto il
tempo per chiacchierare con le amiche e con i figli. Fateci caso: chi parla di più con i bambini piccoli, che stanno imparando a biascicare i primi vocaboli? Nove volte su dieci è la mamma.

Si obietterà: ma l’uomo parla di meno anche se non ha problemi. Avviene soprattutto in famiglia: lei gli chiede com’è andata la giornata, lui mugugna due parole e poi si ferma. Mentre quando lui chiede qualcosa a lei (e spesso non c’è neanche bisogno di chiederglielo) lei comincia a mettere in moto la lingua e prosegue con gran gusto. Con il risultato che lei non si sente tenuta in considerazione da lui che non le parla abbastanza; e lui si sente travolto dall’esuberanza verbale di lei.

La soluzione per farlo parlare di più? Dargli soddisfazione mentre parla.
Dargli corda, insomma. Ascoltarlo con attenzione, facendo cenno di sì con la testa: aiuta a farlo sentire importante. E gli uomini, più delle donne, hanno bisogno di sentirsi tali. Porgli domande aperte, quelle a cui non si risponde con un semplice sì o no: sono le domande che iniziano con Come mai,
Perché, Spiegami. E sorridergli. L’uomo ama sentirsi apprezzato dalle donne: è il suo innato spirito del seduttore che, anche inconsciamente, affiora.
Attenzione: potrebbe capitare che lui pensi di aver fatto colpo su di te. Se non è il tuo partner, valuta tu se è un rischio da correre.