Archive for May, 2008

Presenza e consapevolezza di se stessi!


Quante energie sprechiamo ogni giorno pensando ai traumi del passato o alle angosce del futuro? Proviamo a vivere il presente, concentriamoci sull’istante che stiamo vivendo, sul “qui e adesso”. Non è facile, ma immaginiamo per un attimo cosa succederebbe se riuscissimo a vivere davvero solo l’istante: smetteremmo di essere angosciati, non avremmo più paura di niente.

Passiamo la vita con la paura che qualcosa possa andare storto o che i nostri sogni possano non realizzarsi. E se smettessimo di avere paura? Anche perché la maggior parte delle nostre preoccupazioni non si avvera mai, e allora evitiamo di perdere tempo inutilmente.

Questo non vuol dire smettere di progettare il futuro, non darsi degli obiettivi concreti o non sperare nei nostri sogni. Semplicemente significa lasciarsi andare, far scorrere via le ansie, mantenendo la serenità. E con uno spirito sereno è molto più facile ora raggiungere i nostri obiettivi!

Vivere il presente non vuol neanche dire perdere il nostro calore umano, le nostre emozioni, i nostri sentimenti. Significa semplicemente non portare avanti le costruzioni mentali che ci creano sofferenza. Immaginiamo un evento negativo: capitano a tutti, anche a noi. Soffriamo per un istante, così che l’evento faccia comunque parte del nostro bagaglio di esperienze e ci lasci un insegnamento duraturo. Ma smettiamo di angosciarci per tutto il tempo successivo, sia esso qualche ora o forse giorni interi.

Il continuo ripensare ad un evento o continuare a soffrire per esso, non ci può aiutare a diminuire la sofferenza o a modificare l’evento. L’unica cosa che possiamo fare è fermarci, dire “stop!”. Pensare “ok, è successo, ho sofferto. Ora basta. Ora sono nell’istante successivo, posso smettere di soffrirne!”. E vivere l’istante successivo con maggiore serenità, con la consapevolezza che nulla può cambiare il passato.

ESERCIZIO
Una tecnica per imparare a vivere correttamente l’istante presente è quella di partire con l’osservarci attentamente nei nostri processi mentali, di tipo intellettivo, emotivo e fisico.

Cominciamo subito: osserviamo la nostra posizione, sentiamo le nostre sensazioni, guardiamo con i nostri occhi tutto quello che ci capita, senza interpretare. Tutto è importante, non esistono oggetti o situazioni di minore o maggiore valore. Osserviamo anche tutti i nostri pensieri, i nostri processi mentali, ascoltiamo il nostro dialogo interno e interrompiamolo quando ci rendiamo conto che sta tentando di interpretare ciò che osserviamo.

Viviamo in una realtà fatta di schemi, che la cultura ci ha imposto sin da bambini. Il primo passo per uscire da questo “sonno spirituale” è quello di acquisire consapevolezza di noi stessi, di quello che facciamo, di come rispondiamo in maniera automatica a quello che ci accade. Noi non vogliamo essere delle macchine che rispondono automaticamente e schematicamente agli eventi. Dobbiamo riprenderci il controllo di noi stessi! Cominciamo con questo esercizio mentale:

VISIVO: osserviamo tutta la realtà circostante, con lo sguardo allargato al massimo, anche oltre i 180 gradi, sfocando leggermente la vista e lasciando che gli stimoli visivi colpiscano i nostri occhi. Limitiamoci ad osservare, senza interpretare. Lasciamo che gli oggetti che abbiamo di fronte siano solo un insieme di forme e colori, senza dargli un nome. Osserviamo e basta.

AUDITIVO: ora facciamo la stessa pratica con il sistema uditivo, ascoltando tutti i suoni che ci arrivano alle orecchie, ma ancora una volta senza interpretarli. Lasciamo che il suono di una sirena sia soltanto un suono come tanti, un insieme di note e basta.

CINESTESICO: sentiamo ora le sensazioni del nostro piede destro. Concentriamoci su di esse, anche sul più piccolo dei cambiamenti, sulla temperatura, sul formicolio. Poi saliamo lunga la gamba, poi nel lato sinistro, e così via lungo tutto il corpo. Sentiamo le sensazioni, ma senza interpretarle. Lasciamo che un piccolo dolore o anche solo un po’ di prurito siano solo un trasferimento di impulsi elettrici del nostro sistema nervoso.

Con questo semplice ma intenso esercizio, stimoliamo la nostra concentrazione, il nostro ricordarci di noi stessi in ogni istante. E’ importante capire che la realtà che viviamo è solo una simulazione del mondo, e non la realtà oggettiva. E’ una realtà filtrata dal nostro sistema nervoso: una serie di impulsi visivi, uditivi, sensoriali arrivano mediante i nostri 5 sensi al nostro cervello in forma di impulsi elettrici. Questi impulsi vengono ricostruiti in base alle nostre credenze, ai nostri riferimenti, alla nostra identità.

Quando pratichiamo questo esercizio quindi, noi ci riportiamo ad un livello più alto di coscienza che ci riporta alla nostra Essenza, che nel corso degli anni viene distorta dall’ambiente in cui viviamo, dalla cultura in cui cresciamo, dai genitori e dalle amicizie.

Persuasione e linguaggio del corpo


Persuasione è un concetto che non attiene solo a “quello che diciamo”. Questo è il livello VERBALE della comunicazione ovvero il contenuto del discorso.
Per quanto possa essere importante, il contenuto del messaggio rischia di passare in maniera poco efficace, di perdere d’importanza, se non è accompagnato da una comunicazione NON VERBALE congruente e in linea con quello che si dice. Il corpo, la gestualità, il tono di voce, le pause, lo sguardo, allineati e congruenti con il contenuto del discorso, lo rendono molto più efficace.

Ma qual è la regola della gestualità per una comunicazione efficace?” mi chiedono spesso nei corsi di comunicazione.

“L’unica regola – rispondo – è che non ci sono regole se non quella di essere congruenti con ciò che diciamo”.
E’ forse un messaggio efficace quello che lanciano molti politici o oratori che, dicendo quanto sono convinti di una decisione o un progetto, sono titubanti nella voce e sfuggenti con lo sguardo?
Restiamo sulla politica come esempio: è abbastanza interessante notare nei vari telegiornali le cosiddette “reazioni a caldo” dei politici ad un evento particolare o a una dichiarazione importante di qualcuno: quasi tutti dicono la stessa cosa (livello verbale) ma, preferenze politiche a parte, quello che ci rimane più impresso è colui che ha comunicato “meglio” il suo messaggio con la voce, con lo sguardo e magari con un gesto. Bettino Craxi non era forse conosciuto per le pause che faceva ogni tanto? Lo scopo era attirare l’attenzione prima di un concetto importante. E Gianfranco Fini non è un ottimo oratore? (va sempre con lo sguardo da una parte all’altra della platea per non dimenticare nessuno degli ascoltatori).

Nei nostri corsi di formazione, mi imbatto spesso nella classica e giustificata obiezione: “non credo che la comunicazione non verbale sia più importante di quella verbale, è impossibile!” (non capisco perché nel 70% dei casi sia un ingegnere o un informatico a sollevare questa obiezione..).
“Hai perfettamente ragione” rispondo con voce poco convinta, incrociando le braccia e scuotendo il capo in segno di diniego. Piccola rottura di schema: perplessità di qualche secondo e risata generale. Il mio verbale gli da ragione ma il mio corpo e la mia voce dicono tutt’altro. Qual è il messaggio che è passato?

Certo, provate a tenere un’aula per otto ore raccontando solo una marea di stupidate: vi assicuro che per quanto siate bravi nel raccontarle, per quanto siate congruenti con il corpo e con la voce, sempre stupidate restano e l’uditorio molto probabilmente si “ribellerà”. Non si può prescindere dal contenuto.

Anche su questo, in realtà, qualcuno ha dei dubbi. Non conoscete persone molto brave nel relazionarsi agli altri anche se ‘povere’ di contenuti, o persone in grado di parlare per breve tempo, catturare l’attenzione degli interlocutori, pur senza dire niente di importante?. E’ un gioco che può reggere, però, solo per poco tempo. Se mancano i contenuti, non c’è niente da rafforzare con la comunicazione non verbale!